La dermatite atopica (DA) è una malattia probabilmente sempre esistita, già descritta da Svetonio durante l’impero di Ottaviano Augusto. Coca e Cooke nel 1923 coniarono il termine di “atopia” ma fu Pepys nel 1975 che definì l’atopia come una tendenza costituzionale a produrre anticorpi IgE contro allergeni comuni presenti nell’ambiente.
La dermatite atopica è una malattia infiammatoria cronica della cute di tipo eczematoso intensamente pruriginosa, che si caratterizza per iperreattività cutanea a stimoli ambientali, ad eziopatogenesi multifattoriale e nella quale è frequente il riscontro di elevati livelli sierici di IgE. I soggetti con DA presentano una spiccata familiarità per atopia nonché un’elevata incidenza di patologie respiratorie allergiche. Si tratta di una patologia molto comune, la cui incidenza ha subito un progressivo incremento dalla seconda metà del secolo scorso, tanto da costituire uno dei principali problemi di salute pubblica, se si tiene conto che nei Paesi dell’Europa dell’ovest ed in generale nei paesi industrializzati, colpisce oltre il 20% dei bambini in età pre-scolare (dermatite atopica bambini), con insorgenza prima dei 5 anni e con una lieve predominanza nel sesso femminile. Sebbene la prevalenza della DA subisca un progressivo decremento durante l’adolescenza, essa può persistere o addirittura comparire in età adulta (dermatite atopica adulti), tanto da avere una prevalenza del 1-3% in questa fascia di età. L’importanza della DA deriva anche dal fatto che sebbene in oltre l’80% dei casi abbia un decorso clinico lieve, nella restante parte dei casi si esprime in maniera moderato-severa tanto da richiedere un trattamento terapico sistemico. È facile comprendere come la DA, soprattutto nelle forme più severe, a causa dell’intensa sintomatologia pruriginosa, sia una delle malattie in grado di compromettere maggiormente la qualità di vita dei pazienti, sia per la perdita delle ore di sonno e della capacità di concentrazione durante lo studio o il lavoro e sia per comparsa del senso della perdita di autostima fino a quadri di franca depressione con compromissione della vita di relazione familiare e sociale. Da quanto sopra ne deriva un importante costo sociale sia diretto che indiretto.